Orto Botanico ed Erbario – Università di Bologna

4 bis Serra delle piante carnivore

Le piante carnivore sono vegetali in grado di integrare la loro dieta utilizzando sostanze di origine animale, che si procurano grazie a svariate strategie di “cattura” ai danni di piccoli organismi, soprattutto insetti, riuscendo così a occupare ambienti estremamente poveri, dove poche piante riuscirebbero a vivere. I meccanismi di cattura delle prede sono costituite da foglie modificate, associate ad esche e a guide che attirano l’insetto verso la “trappola”. Quest’ultima contiene ghiandole specializzate che secernono enzimi capaci di digerire le prede; permettendo alla pianta l’assorbimento delle sostanze necessarie al suo sviluppo. Le piante carnivore vivono in ambienti poveri di sali nutritivi: nelle torbiere, nelle paludi, sul terreno impoverito delle radure e delle foreste, e talvolta su terreni sabbiosi, su rocce calcaree disgregate o su ceneri vulcaniche. Le principali piante carnivore presenti in Italia appartengono ai generi Drosera, Pinguicola, Utricularia. I primi due generi sono presenti nelle torbiere, il terzo lungo i corsi d’acqua.

Cosa catturano

Il tipo di preda varia secondo i dispositivi di cattura che ciascuna pianta possiede. Nella maggioranza dei casi si tratta di insetti, ragni o piccoli crostacei. Tuttavia negli ascidi di alcune Nepenthes (foto in basso), sono stati rinvenuti anche piccoli roditori, raganelle, ecc.

Come catturano

1) trappole passive (Nepenthes, Sarracenia, Cephalotus): le foglie sono modificate in modo da assumere l’aspetto di brocche o di anfore. Queste trappole, dette ascidi, possono derivare dalla trasformazione dell’intera foglia oppure della sola parte terminale, come in Nepenthes. Ghiandole nettarifere che si trovano attorno al bordo dell’ascidio attirano gli insetti che, penetrati all’interno, non riescono più a risalire le pareti interne, ricoperte da sostanze cerose e da peli rivolti verso il basso. Un liquido digerente riempie la parte basale dell’ascidio, che è a volte sormontato da un lembo che funge da coperchio, impedendo l’eccessiva diluizione dei liquidi da parte dell’acqua piovana. Gli ascidi delle Sarracenie possono raggiungere i 90-130 cm. e sono i più grandi in natura, mentre alcuni ascidi della specie Nepenthes rajah, del Borneo, possono arrivare a 35 cm di lunghezza e sono abbastanza grandi da contenere fino a due litri di liquido; all’interno di questi ascidi si forma a volte un vero e proprio micro-habitat, ricco di organismi in grado di resistere agli enzimi prodotti dalla pianta: funghi, protozoi, diatomee, rotiferi, larve di mosche e moscerini, crostacei e, al di sopra del livello del liquido, ragni che predano gli insetti catturati dalla pianta.

2) trappole semiattive (generi Drosera, Pinguicula): gli insetti restano invischiati da sostanze adesive presenti sulle foglie. Nella Drosera queste sostanze sono presenti a goccioline sopra i lunghi peli che rivestono la lamina fogliare. Catturato l’animale, i peli cominciano a piegarsi nella direzione della preda, circondandola fino a quando non verrà pienamente digerita dagli enzimi. Nella Pinguicola invece è la foglia stessa ad arrotolarsi sull’insetto, avvolgendolo.

3) trappole attive (generi: Dionaea, Utricularia ): nella Dionaea muscipula le lamine fogliari sono suddivise in due lobi, ognuno dei quali è dotato di tre peli sensibili che, se sollecitati, fanno avvicinare i due lobi fogliari, chiudendo attivamente la trappola. Le prede sono soprattutto insetti, ma anche molluschi e piccoli anfibi. La trappola si chiude in 1/10 di secondo. Dopo un periodo di tempo variabile da 10 a 30 giorni la foglia si riapre. In Utricularia le trappole sono piccole vescicole che si aprono quando un piccolo animale urta contro i peli tattili posti sulla faccia esterna della valvola di apertura; l’otricolo si dilata e risucchia al suo interno la preda, grazie alla corrente d’acqua introdotta.

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