Orto Botanico ed Erbario – Università di Bologna

Federico Delpino

Federico Delpino (1833-1905) prefetto dal 1884 al 1893

Federico Delpino (1833-1905) prefetto dal 1884 al 1893

 

Nato il 27 Dicembre 1833 a Chiavari, in provincia di Genova, Federico Delpino si iscrisse all’Università di Genova ma abbandonò gli studi dopo il primo anno. Impiegato presso il Ministero delle Finanze prima a Torino poi a Firenze, con il trasferimento della capitale, dove iniziò a frequentare l’Orto e il Museo Botanico per il quale Filippo Parlatore gli propose il posto di assistente nel 1867. Nel 1871 divenne professore di Scienze Naturali. In quegli stessi anni Delpino si imbarcò come naturalista sulla nave da guerra Garibaldi, allestita per un viaggio di istruzione del principe Tommaso di Savoia, visitando le coste del Brasile. Nel 1875 venne nominato professore straordinario di Botanica presso l’Università di Genova; nel 1844 passò all’Università di Bologna, dove rimase 10 anni; terminò la sua carriera a Napoli, dove morì il 14 Maggio 1905. È sepolto nel recinto degli uomini illustri del cimitero di Poggioreale.

Darwinista convinto, Delpino rifiuta una Scienza Naturale puramente descrittiva, e si sforza di formulare teorie generali, di confrontarsi con gli altri naturalisti sul terreno delle idee; in una serie di saggi pubblicati a Bologna egli si impegna a ricostruire parti del sistema naturale alla luce delle vedute evoluzionistiche, con apporti assai significativi che verranno pienamente confermati dalla sistematica moderna e che fanno di Delpino uno dei primi botanici sistematici italiani in senso moderno.

Nel suo Bologna di Ieri (Arnaldo Forni Editore, Bologna, 1922) Sebastiano Sani così scrive: «Solo, dimenticato e sconosciuto […] visse ed insegnò all’Ateno il più profondo botanico della seconda metà del secolo passato, il professore Delpino, l’uomo più magro che fosse allora a Bologna, povero come Giobbe, strambo la sua parte nel vestire […] e nel vivere. In iscuola si eccitava, insegnando, al punto da salire sui banchi, gesticolando come un attore drammatico a finale d’atto, e a furia di tracciare disegni e formole, riempiva due o tre lavagne, quindi i muri istessi dell’aula, tra un baccano continuo di risa e di schiamazzi»

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